“Il sistema più semplice per cancellare i fatti è — molto banalmente — quello di non parlarne. Ignorarli. E sostituirli con altri della stessa specie e della stessa importanza, usati come diversivi, come coprenti.”
“C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso perché ha paura di dover cambiare opinione.”
(Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti)
Domenica 24 luglio il TG1 ha messo in onda il famigerato servizio in cui metteva in relazione la strage perpetrata da Anders Breivik in Norvegia con la sua passione per i videogame. Quella sera ero davanti alla Tv e avrei voluto fiondarmi su Internet per esprimere il mio sconcerto per quanto appena visto. Fui trattenuto dall’imminente esame di Storia Economica Contemporanea che avrei sostenuto il giorno successivo così, da spettatore passivo, ho assistito agli eventi che si sono scatenati nei giorni successivi.
Ho letto i videogiocatori di mezza Italia esprimere il proprio sdegno su forum, blog, siti specializzati e quant’altro per l’ennesimo attacco rivolto al nostro medium preferito. Ho assistito alla nascita del “Movimento contro la disinformazione sui videogiochi”, lo ho visto crescere raccogliendo l’adesione di migliaia di fan e decine di siti del settore.
Oggi, dopo oltre una settimana dalla trasmissione del reportage, mi domando se ha avuto realmente senso indignarsi. Probabilmente si ma non certo perché esso metta in cattiva luce i videogiochi. O almeno, non solo.
httpv://www.youtube.com/watch?v=DtFIWoKbwW4&
Procediamo con ordine: interrogarsi sui motivi che abbiano portato Breivik a porre in atto una follia di tali proporzioni è dovere di ogni buon giornalista. Del resto l’analisi della sua figura lascia quanto meno spiazzati. Chi non conoscesse i fatti che lo hanno recentemente coinvolto, osservando il suo profilo su Facebook, si troverebbe di fronte al ritratto di una persona estremamente comune. Cristiano, politicamente schierato a destra, xenofobo (in particolar modo anti-islamico): Breivik è lo stereotipo dell’occidentale medio segnato dagli attentati dell’11 settembre. Un simile individuo non risulterebbe assolutamente fuori contesto in nell’Italia dei giorni nostri.In un quadro di presunta normalità l’unico appiglio per giustificare l’insano gesto da lui compiuto sembra essere la passione per i videogiochi, dichiarata esplicitamente sul social network ideato da Mark Zuckerberg. Ed ecco che lo sterminio dell’isola di Utoya viene prontamente spiegato come una riproposizione su vasta scala della strage della Columbine High School, con Breivik nei panni di un novello Eric Harris.
Una simile ricostruzione è francamente inaccettabile e non è altro che l’ennesimo esempio di quel giornalismo malato che affligge i rotocalchi e le televisioni nostrane. Attribuire la colpa del massacro alla cattiva influenza dei videogiochi sui giovani è una scelta di comodo che permette di spostare l’attenzione da tematiche ben più scottanti. Quanto accaduto in Norvegia dovrebbe aprirci gli occhi su una realtà scomoda, difficile da accettare. Ci mostra l’esistenza del fondamentalismo Cristiano che può essere pericoloso quanto quello Musulmano. Ci fa vedere a cosa può portare la xenofobia, l’odio per il diverso, non importa se egli sia bianco, nero o mulatto. Invece di raccontare quanto accaduto, con le dovute conseguenze che ciò può avere in un paese reazionario e cattolico come il nostro, il giornalismo italiano ha preferito nascondere la testa nella sabbia, virando sulla spiegazione populista che fa tutti contenti e non turba nessuno.
Del resto siamo il paese dove ci pisciano addosso e ci raccontano che piove, e a noi va bene così.















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