Sovente si utilizza la locuzione “opere multimediali interattive” per descrivere alcuni titoli che sfruttano il linguaggio e gli stilemi caratteristici dei videogiochi per fini non prettamente ludici. Una vasta produzione che va da The Path a Dinner Date, la cui esistenza è testimonianza inequivocabile delle possibilità del nostro medium preferito di esprimere contenuti dal valore artistico. Dear Esther, sebbene nasca sotto questa stella, non rientra nella categoria delle OMI in quanto totalmente scevro di qualsivoglia elemento interattivo. Nei panni di un naufrago, non potremo far altro che esplorare l’isola sulla quale la nostra disastrata imbarcazione si è arenata. Avremo a disposizione unicamente una torcia, che si accenderà automaticamente per illuminare gli anfratti più bui, e la possibilità di zoomare con il tasto sinistro del mouse per ammirare gli splendidi paesaggi che ci circondano, null’altro. Non ci saranno fughe disperate verso la libertà, dirupi da scalare, insidie da sventare ricorrendo alla forza bruta o alla scaltrezza ne elaborati enigmi da risolvere. Solo noi, l’isola e un lungo percorso che ci porterà a conoscere il nostro destino. Sorge quindi spontanea una domanda, cos’è Dear Eshter?

Se dovessi coniare una nuova definizione, non esiterei a descriverlo come un “racconto multimediale”. Il fulcro dell’esperienza offerta è nelle lettere indirizzate alla “cara Esther” da cui l’opera prende il titolo, che verranno recitate da un’ispirata voce narrante man mano che ci avventureremo nelle viscere della terra in cui siamo naufragati. Un vero e proprio romanzo epistolare, le cui pagine si dipaneranno di fronte ai nostri occhi nel corso dell’esplorazione. Addentrandoci nei meandri dell’isola, beandoci della vista delle sue meraviglie naturali o semplicemente ascoltando i suoni che ci accompagneranno nel nostro peregrinare, riusciremo a cogliere nuove informazioni, sensazioni e anche semplici suggestioni che arricchiranno la storia propostaci dalle lettere. Ed è proprio qui che risiede la grandiosità di Dear Esther, nella sua capacità di proporci un’esperienza immersiva, a tutto tondo, che riesce a coinvolgere pienamente i sensi e le sinapsi del fruitore rendendolo nel contempo spettatore consapevole e sperduto protagonista di un viaggio emozionante.
Come avrete notato, questa recensione non si chiude con alcun voto apposto in calce. Sebbene tale pratica possa essere spesso utile, nel caso di Dear Eshter caso rischia di risultare unicamente forviante. Spero di essere riuscito, con quanto scritto, di avervi trasmesso con efficacia la sua essenza e cosa dobbiate aspettarvi nel caso in cui l’acquisterete. Siamo di fronte ad un prodotto estremamente atipico, probabilmente la sperimentazione più originale cui mi sia mai capitato di provare Del resto parliamo di un titolo nato come progetto universitario ad opera del giovane Dan Pinchbeck, la cui bontà è riuscita a colpire Robert Briscoe (designer di Mirror’s Edge) e persino Jonathan Blow che ha deciso di finanziare personalmente la sua realizzazione. E’ così che quello che era un semplice mod di Half Life 2 è diventata ciò che vediamo adesso. Lontano tanto dai videogiochi di stampo classico quanto dalle famigerate opere multimediali interattive, la creazione di Pinchbeck è un meraviglioso libro 2.0 dotato di grande fascino e di un meraviglioso stile narrativo. Senza ombra di dubbio Dear Esther non è un’opera di facile fruizione, apprezzabile soltanto dopo aver capito compiutamente cosa aspettarsi da essa ed essere disposti a lasciarsi coinvolgere dal suo ritmo estremamente cadenzato. Io stesso, sebbene ve ne stia parlando in termini positivi, soltanto dopo essermici dedicato una seconda volta sono riuscito a cogliere quanto di buono vi fosse. Mi è occorso un piccolo sforzo di elasticità mentale ma credetemi, ne è valsa la pena.
In conclusione, mi preme ribadire quanto affermato in precedenza. Dear Esther non è un titolo per tutti o quantomeno non per chi desidera affrontare un’esperienza di gioco tradizionale. Per i non anglofoni, un ulteriore ostacolo potrebbe essere rappresentato da una non corretta padronanza della lingua di Albione in quanto le lettere fanno sfoggio di un lessico piuttosto ricercato che va al di là del mero inglese scolastico. Fortunatamente, nel corso del prossimo mese dovrebbe essere pubblicata la traduzione italiana che verrà resa disponibile anche per chi volesse procedere già ora all’acquisto del “gioco”. Se nutrite curiosità nei confronti delle potenzialità del medium videoludico e volete confrontarvi con un’esperienza non banale, Dear Esther rappresenta semplicemente un acquisto obbligato. Lasciatevi trasportare senza pregiudizi dalle sue atmosfere, non ne rimarrete delusi.




















